Esordio esplosivo per Reverse Engineering of Curatorial Bullshit
Reverse Engineering of Curatorial Bullshit, inaugurata questa sera con grande partecipazione, nasce da un gesto semplice e radicale: invertire il rapporto tra testo e opera.
Non è più l’opera a generare il discorso curatoriale.
È il discorso curatoriale a generare l’opera.
Ma cosa accade quando il linguaggio — spesso opaco, autoreferenziale, saturo — smette di descrivere e inizia ad agire?
Cosa succede quando il testo diventa materia produttiva?
La mostra non offre una risposta univoca.
Costruisce piuttosto un ecosistema in cui il linguaggio si manifesta come corpo, spazio, immagine, interfaccia, processo e fallimento.

Nelle opere di Daco Monday, l’artista coincide con la propria instabilità. Il corpo si sdoppia, si liquefa, si ricompone in materiali diversi. L’identità non è mai data, ma continuamente prodotta e disfatta.
Chi è l’autore, se la sua forma cambia insieme al linguaggio che lo descrive?

In Flesh – Brutalist di Terra Merhyem, il corpo si espande fino a diventare architettura. La carne e la struttura si fondono in un organismo proliferante, rituale, eccedente.
Il corpo è ancora un soggetto, o è già un sistema?

Con Swirl of Limbs and Pills, Rosanna Galvani frammenta il corpo in un flusso continuo di arti e sostanze. L’identità appare come una condizione alterata, instabile, quasi farmacologica.
Il linguaggio descrive questa trasformazione, o la induce?

In Gloria di Lorenza Colicigno e Tonino Lane, il linguaggio si fa spazio. Non si legge: si attraversa. Il testo costruisce un ambiente immersivo in cui parola, immagine e suono coincidono.
Cosa significa abitare un linguaggio?

Questa dimensione diventa esplicita nell’installazione di Sergej Zarf, Protocollo Oozing – Autopsia di un testo curatoriale. Il linguaggio viene dissezionato, esposto come materia.
Se il testo è un dispositivo, chi lo controlla?

Nel lavoro di Bohemio Love, l’immagine si disperde in una costellazione senza centro. Il significato si diffonde, si ritarda, si perde.
È ancora possibile orientarsi in un sistema senza gerarchie?

In Selen Minotaur, al contrario, l’immagine si accumula fino a diventare invasiva. Non apre, ma sovrascrive.
Quando l’immagine è ovunque, cosa resta da vedere?

Con Eva Kraai, il corpo emerge come un assemblaggio tra fotografia e presenza tridimensionale.
Dove finisce l’immagine e dove inizia il corpo?

In Meilo Meilo, il linguaggio si apre alla relazione. I corpi interagiscono, lo spazio si fa fluido, il significato emerge dall’incontro.
Il senso appartiene a qualcuno, o accade tra?

Con L.A.P. (Laboratorio di Arte Pubblica), il dispositivo si espande nel pubblico. La domanda diventa opera.
Chi produce davvero il significato?

In Art Blue, il linguaggio si fa interfaccia. Un Leonardo generato tramite intelligenza artificiale risponde alle domande del pubblico.
Se il sapere può essere simulato, cosa resta dell’autore?

In Tina Bey, l’opera si frammenta in un sistema complesso: oggetto, video, AI, spazio.
È ancora possibile parlare di opera singola?

Velazquez Bonetto attraversa i media senza stabilizzarsi.
Il medium è ancora un limite, o è già superato?

In Bake Fail di Chris Tower, il linguaggio collassa. Si rifiuta di produrre immagine.
E se il linguaggio non servisse più?

Con Gianni Spada, il testo diventa processo. Non rappresenta, ma trasforma.
È possibile fermare il significato senza tradirlo?

Infine, in Juliette Surrealdreaming, il linguaggio si condensa in simbolo, evocazione, rituale.
Il linguaggio deve sempre spiegare, o può semplicemente evocare?
Questa mostra non propone una teoria, ma un campo di possibilità.
Emerge tuttavia una contraddizione.
Se il testo curatoriale genera l’opera, cosa accade quando l’opera esiste?
Forse, nel momento in cui l’opera prende forma, il testo non è più necessario.
Si esaurisce. Si dissolve. Scompare.
Il linguaggio si rivela allora per ciò che è stato:
non un fondamento, ma un innesco.
Un espediente.
Forse il vero “curatorial bullshit” non è il linguaggio in sé, ma il credere che sia permanente.


